storia

 

La collina di Castello

 

Genova è nata su questa collina circa 2700 anni fa: paradossalmente, senza le distruzioni belliche non sarebbe stato semplice documentarlo. È stata infatti una ventennale campagna di scavi nel secondo dopoguerra ad accertare la presenza di un insediamento preromano, romano e longobardo.
Nella fase medievale mantiene la sua caratteristica di castrum, da cui appunto prende il nome la collina. Nel XV secolo la conversione del castello in sede vescovile cambia definitivamente le sorti dell’area: numerose confraternite e ordini monastici acquisiscono lentamente porzioni della collina, fino ad occuparla quasi interamente. Nel XVIII secolo si contano dieci chiese, quattro oratori, otto chiostri diversi tra monasteri e annessi. Il risultato è un quartiere murato, scarsamente frequentato da laici, con un sistema di collegamenti sovra e sotto strada a garantirne l’indipendenza.
Con la soppressione napoleonica degli ordini monastici la collina e i suoi conventi vengono praticamente abbandonati (con l’importante eccezione dei domenicani in Santa Maria di Castello) e riutilizzati scarsamente in tutto il XIX e per il primo quarantennio del XX.
I bombardamenti del 1942 e 1944 consegnano la collina ad un sostanziale abbandono. Importanti lavori di ricostruzione e restauro, prima nel complesso di Santa Maria di Castello, poi del Polo Universitario, renderanno possibile il graduale recupero del quartiere.

 

 

Santa Maria in Passione

Che si affronti la lunga salita di Santa Maria di Castello, o le infinite scale che partono da Stradone Sant’agostino oppure la dura salita dopo l’archivolto di Santa Croce una cosa è certa: le rovine di Santa Maria in Passione tolgono il fiato.
Questo luogo si mostra come “la più grande stratificazione archeologica della città”, attraversata, nel tempo, dalla più eterogenea delle stratificazioni sociali.
Soprattutto, però, l’ex convento di Santa Maria in Passione rimane l’ultima grande testimonianza degli effetti nefasti delle bombe alleate sul centro storico durante la Seconda Guerra Mondiale, e insieme una delle tante dimostrazioni della scarsa lungimiranza delle amministrazioni pubbliche, nel fallimento dei grandi progetti milionari mai conclusi.
Parlare di chiesa di Santa Maria in Passione è una semplificazione enorme.
Questo Luogo è stato: austero palazzo di una delle famiglie più influenti nella società genovese del 1200; umile casa di un formaggiaio; nel 1462 tardogotica chiesa costruita dalle Povere di San Silvestro (monache agostiniane) non ancora importanti sul panorama cittadino; ricca e fastosa chiesa barocca nel XVII; caserma delle guardie di città nel XIX dopo la chiusura del convento;  sede nel periodo fascista dell’Opera nazionale maternità e infanzia.
Alla fine degli anni Ottanta si erano avviati consistenti lavori di sgombero delle macerie della guerra: fino ad allora, la collina in rovina aveva caratterizzato la vita e l’immaginario dei suoi abitanti.
Furono ritrovati vani sepolti congelati al momento della distruzione, con affascinanti tracce della vita che vi si svolgeva: saloni, cucine, cisterne, scale, corridoi, scantinati e la grande lavanderia, oltre alla chiesa e al chiostro con giardino. Saggi di scavo avevano indagato anche testimonianze dell’antichissimo insediamento preromano, e si era compiuta la costruzione della nuova Facoltà di Architettura.
Nel 1992 Comune di Genova e Comunità Economica Europea finanziarono il progetto Civis Sistema, per un importo di 7 milioni di ECU. Iniziò così la messa in sicurezza delle strutture pericolanti di Santa Maria in Passione, la protezione dei resti con coperture e la ricostruzione della parte affacciata su via di Mascherona, adibita a sede dell’Osservatorio Civis, che avrebbe custodito le chiavi della zona recintata, curandone anche la pulizia e l’ordinaria manutenzione e consentendone l’occasionale accesso al pubblico. Prima l’interruzione dei lavori nel 1997 e successivamente nel 2007 lo smantellamento dell’Osservatorio, sostituito da nuovi organismi collocati altrove, condannarono il sito al completo abbandono e l’ex convento tornò alla sua clausura.

A separare il convento dalla Facoltà di Architettura pesava una squallida rugginosa ed eternamente provvisoria barriera in tubi innocenti, rete metallica e filo spinato. Recinzione del cantiere che chiudeva piazza San Silvestro precludendo, oltre l’accesso al complesso archeologico, anche parte della viabilità storica. Il 15 marzo del 2012 questo confine viene smontato, in pieno orario accademico da alcuni studenti, senza alcuna autorizzazione. Un gesto giusto, anche se illegale.

Fu questo l’atto concreto che permise d’immaginare una nuova apertura del complesso archeologico.